Non si tratta della superiorità di una razza, quella bianca, o dell’inferiorità di tutte le altre, perché fino ai primi anni dell’ottocento l’Oriente produceva e consumava più dell’Occidente. Poi ad un certo punto l’Occidente cominciò la conquista dell’Oriente con le guerre, l’oppio e le carestie e vinse la guerra dei consumi.
La guerra degli sprechi
Gli ultimi bollettini di guerra vedono la popolazione occidentale, attestata sul 12% di quella mondiale, consumare circa l’80% delle ricchezze globali. Secondo l’ultimo Rapporto del Worldwatch Institute, pubblicato recentemente in America (da marzo sarà disponibile anche in italiano), «La terra non possiede le risorse per permettere a tutti i suoi abitanti di vivere come l’europeo e l’americano medio. Che nei prossimi decenni dovrebbero ridurre fino al 90% il loro uso ineguale d’energia e materie prime. Pena: la catastrofe ecologica, sociale e psicologica del pianeta, ormai alle porte» (Corriere della Sera, 9 gennaio 2004).
Per evidenziare la possibilità di rinuncia da parte degli occidentali alla loro straripante abbondanza, il Rapporto misura i loro consumi superflui e li confronta con i bisogni indispensabili del resto del mondo: «Un quarto dell’umanità (1.7 miliardi di individui) oggi appartiene alla cosiddetta “classe dei consumisti globali”. Oltre a possedere TV, telefono e computer, questi individui — sempre più numerosi in Cina e in India — hanno adottato stili di vita un tempo esclusivi di Europa, USA e Giappone. Nel contempo, però, 2.8 miliardi di persone sopravvivono con meno di due dollari al giorno, e oltre un miliardo non ha accesso all’acqua».
Per eliminare la fame e la malnutrizione nel mondo occorrerebbero 19 miliardi di dollari, e sarebbe sufficiente che gli occidentali rinunciassero ai 18 miliardi che spendono in cosmetici. Per fornire acqua potabile al miliardo di uomini che ne sono sforniti servirebbero 10 miliardi di dollari, una cifra paragonabile al solo consumo di gelati in Europa: 11 miliardi di dollari.
Sarebbe poi sufficiente che gli occidentali rinunciassero al consumo dei 15 miliardi di dollari spesi in profumi per fornire le medicine necessarie per le cure delle donne incinte e per vaccinare tutti i bambini dei paesi poveri: 13.3 miliardi di dollari. Gli sprechi degli occidentali vanno al di là delle spese necessarie per eliminare i mali più gravi dell’umanità, e si moltiplicano in tutte le direzioni: dai 14 miliari spesi in crociere a quelli non calcolati in turismo e vacanze, o ancora ai 17 miliardi spesi in cibo per animali domestici. Il consumo di questi ultimi è pura follia, perché gli animali da compagnia sono sempre esistiti accanto all’uomo, ma si sono sempre nutriti a sufficienza con gli avanzi del loro cibo.
I primati degli Usa
I campioni mondiali dello spreco sono naturalmente gli americani: «nel paese più consumistico di tutti, gli Usa — che rappresentano il 4.5% della popolazione mondiale, ma il 25% dell’emissione di biossido di carbonio — ci sono più automobili che individui con la patente (un quarto di tutte le automobili del pianeta sono negli States).
Ma i record americani sono anche altri: 30 miliari di dollari spesi ogni anno in giocattoli (69, in media, per ogni bambino), 48 nuovi capi a testa di vestiario, 478 milioni di t-shirt, 23 milioni di nuovi computer e 40.000 chili di caviale (oltre il 40% del totale) acquistati negli ultimi 12 mesi, mentre 100 miliardi di sacchetti venivano buttati via.
Il primato più controverso riguarda forse i 30 milioni di litri di acqua usata ogni giorno in USA per irrigare i prati» (Corriere della Sera, cit). Inoltre gli USA buttano in discarica circa 10 milioni di computer ogni anno, e alcuni milioni di telefonini fanno la stessa fine, e tonnellate di rifiuti di ogni genere e tossicità.
Guerra contro la natura
Computer e telefoni cellulari non vengono riciclati, se non in minima parte, il che significa ingombrare grandi estensioni di terreno e soprattutto lasciar penetrare nel sottosuolo metalli fortemente inquinanti: «141.520 chili di piombo dei telefonini potrebbero filtrare nel suolo» (Corriere della Sera, cit).
Altri prodotti più o meno inquinanti vengono rilasciati nel terreno, basti pensare a tutti gli imballaggi e ai quattro o cinque trilioni di sacchetti di plastica prodotti nel 2002. Ai danni provocati dagli “scarti” dell’Occidente, vanno poi aggiunti quelli derivanti dallo sfruttamento dissennato delle foreste, dei terreni e dei mari: «nel 2001 oltre 4.2 milioni di tonnellate di gamberetti sono finite nei piatti dei consumatori dei paesi ricchi […] gli allevamenti di gamberetti — oltre a essere una delle industrie ittiche lucrative tra le più devastanti del mondo — utilizzano strumenti per la pesca che distruggono l’habitat sottomarino alla stregua dell’effetto delle ruspe nelle foreste tropicali, rastrellando e devastando tutto ciò che incontrano nel loro cammino» (Corriere della Sera, cit).
Un’altra forma d’annientamento dei fondali corallini avviene come conseguenza della pesca, ben più folle, dei pesci tropicali per gli acquari dei ricchi occidentali. Essa, infatti, viene praticata sciogliendo dosi nell’acqua non letali di cianuro, che però, accumulandosi, provocano la morte dei coralli.
La Cina si avvicina
Nel contrapporre i paesi ricchi ai paesi poveri, non si è tenuto conto che vi sono molti poveri nei paesi ricchi e che ci sono alcuni ricchi nei paesi poveri; dunque il consumismo sta dilagando nei paesi poveri, anche se solo tra le classi agiate. Quanto alla produzione dei beni, questa si sposta sempre di più verso i paesi poveri, dove il costo del lavoro è molto più basso: si scende dai 20.3 dollari l’ora negli USA ai 19.6 in Giappone, ai 18.4 in Europa, agli 8.1 in Corea del Sud, allo 0.5 in Cina.
Ed è proprio in quest’ultimo paese che si va concentrando la produzione dei beni di consumo di tutto il mondo: il 70% delle fotocopiatrici, il 60% dei giocattoli e delle biciclette, il 50% dei computer e delle scarpe. Ma la Cina resta sostanzialmente un paese sottosviluppato, nel quale il settore agricolo occupa ancora il 43% delle forza lavoro, concentrata nelle zone interne del paese. Nelle zone costiere, invece, si stanno concentrando gli investimenti stranieri, con tutte le conseguenza negative della globalizzazione: cementificazione, inquinamento e consumismo.
Se le attuali tendenze allo sviluppo continuassero, la Cina diventerebbe la seconda potenza industriale del mondo dopo gli USA, e anche militarmente diventerebbe una minaccia. Ma la vera minaccia sta proprio nello sviluppo industriale della Cina. Lester Brown, fondatore e Presidente del Worldwatch Institute, nel suo ultimo libro tradotto in italiano ha calcolato alcune delle conseguenze dello sviluppo in Cina: «Per raggiungere un consumo pro capite pari a quello americano, i cinesi dovrebbero aumentare la produzione di carne bovina di 49 milioni di tonnellate.
E se tutto ciò dovesse basarsi su allevamenti di stile americano, si creerebbe una richiesta di 343 milioni di tonnellate di cereali l’anno, pari all’intero raccolto di cereali in America […]. Se la Cina, con una popolazione dieci volte superiore al Giappone, dovesse seguire la stessa strada, avrebbe bisogno di 100 milioni di tonnellate di prodotti ittici, praticamente tutto il pesce pescato nel mondo […].
Se ogni cinese possedesse una o due autovetture, consumando benzina nelle stesse quantità americane, la Cina avrebbe bisogno di 80 milioni di barili di petrolio al giorno, circa 74 milioni di barili in più dell’odierna produzione quotidiana mondiale. E per avere un numero adeguato di strade e di parcheggi, la Cina dovrebbe asfaltare 16 milioni di ettari di terra, un’area pari alla metà dei 31 milioni di ettari attualmente usati per produrre i 132 milioni di tonnellate di riso che soddisfano il bisogno annuale di un ingrediente base dell’alimentazione cinese […].
Se il consumo annuale di carta della Cina, ora di 35 kg a persona, dovesse crescere al livello americano di 342 kg, la Cina avrebbe bisogno di più carta di quanta ne produca il mondo intero. Così se ne vanno le foreste della terra» (L.R. Brown, “Eco Economy”, Editori Riuniti, Roma 2002, pp 41-42).
Se la guerra dei consumi provoca oggi enormi ingiustizie, l’attuazione della globalizzazione sarebbe catastrofica per la terra. Dunque non resta che convincere i paesi ricchi a rinunciare ai loro sprechi e ad aiutare i popoli poveri. Ma chi, o che cosa, li convincerà?
articolo del 20 gen 2004 da sito:
http://www.lagazzettaweb.it/Pages/rub_nat/2004/natural/r_natl_04-03.html

2 commenti:
rispondo alla tua ultima domanda, guarda ci sono troppi interessi in gioco perchè qualcosa ORA possa cambiare , non sto dicendo di adeguarsi, questo no, ma la vedo dura.
sei un comunista sfigato, vergognati e ringrazia la nostra società e il capitalismo che ti permettono di fare una vita agiata, di andare in disco e di divertirti! inoltre penso che tu sia un ipocrita di merda perché a parole siamo tutti bravi a fare i moralisti, ma non credo proprio che tu rinunceresti alle tue comodità nella civiltà occidentale perché ci sia più giustizia nel mondo!
Inoltre dovresti ringraziare di essere Italiano e vergognati se sputi nel piatto dove mangi!
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